Il mondo delle corse americane continua a celebrare i suoi protagonisti più iconici, figure che hanno scritto pagine indelebili nella storia della NASCAR attraverso decenni di competizioni ad alta velocità. Da una parte troviamo la perseveranza e il talento cristallino di Mark Martin, dall’altra il dominio assoluto nelle categorie minori di Ray Hendrick, il cui ingresso nella Hall of Fame segna un giusto riconoscimento per una carriera straordinaria.
L’eterno contendente della Cup Series
Mark Martin rimane una delle figure più rispettate nel paddock, noto per essere stato per ben cinque volte vice-campione della Cup Series senza mai riuscire ad afferrare il titolo supremo. La sua carriera è un viaggio attraverso diverse ere dello stock car racing: dalle immagini iconiche al volante della Ford Taurus numero 6 della Roush Racing, con cui sfidava i limiti su circuiti come Atlanta e Daytona, fino alla fase più matura della sua attività agonistica. Verso la fine del suo percorso, Martin ha dimostrato una versatilità rara, mettendosi al comando della Toyota numero 55 “Aaron’s Dream Machine” per la Michael Waltrip Racing e prestando la sua esperienza persino alla Stewart-Haas Racing, sostituendo Tony Stewart sulla Chevrolet numero 14. Momenti come le qualifiche al Texas Motor Speedway o le conversazioni in griglia con piloti della nuova generazione come Danica Patrick testimoniano la longevità e il rispetto universale di cui gode questo veterano.
Ray Hendrick: Il dominio del “Mr. Modified”
Guardando alla Hall of Fame, la classe del 2026 accoglie finalmente una leggenda che per quasi quarant’anni ha terrorizzato gli avversari sugli ovali della costa orientale: Ray Hendrick. Soprannominato “Mr. Modified”, Hendrick era il pilota che nessuno voleva vedere negli specchietti retrovisori. Sebbene il numero esatto delle sue vittorie rimanga avvolto nel mito, si stima che abbia trionfato in oltre 700 gare sanzionate dalla NASCAR, spaziando dalle categorie Modified alle Late Model Sportsman. Nativo di Richmond, in Virginia, Hendrick era un vero “nomade” delle corse: non inseguiva i punti o i campionati nazionali, ma i montepremi più ricchi, presentandosi ovunque ci fosse una borsa sostanziosa da vincere.
Il Re di Martinsville e la filosofia del profitto
Questa strategia orientata al guadagno immediato piuttosto che alla gloria dei titoli a lungo termine spiega perché Hendrick non abbia mai vinto un campionato nazionale maggiore e perché il suo ingresso nella Hall of Fame sia arrivato con un certo ritardo. Tuttavia, il suo palmarès parla chiaro: cinque titoli al South Boston Speedway e vittorie prestigiose su circuiti come Talladega, Charlotte e Dover. Un dato statistico impressionante riguarda il Martinsville Speedway, il famoso tracciato a forma di graffetta: con 20 successi in tredici anni, Hendrick è l’unico pilota a vantare più vittorie di Richard Petty su quella pista. Oltre ai successi parziali, riuscì comunque a piazzarsi nella top 10 del campionato Modified per nove volte tra il 1960 e il 1969.
La leggenda della “Flying 11”
La carriera di Hendrick iniziò nel 1950 sugli sterrati, ma fu il passaggio all’asfalto e il sodalizio con Jack Tant e Clayton Mitchell a renderlo immortale. La loro vettura, nota come la “Flying 11”, divenne rapidamente un’icona: una macchina completamente rossa con un numero 11 bianco circondato da ali. Quello schema grafico non era solo esteticamente accattivante, ma sinonimo di dominio assoluto. L’impatto visivo di quell’auto è stato tale da ispirare il font della scuderia di Ray Evernham anni dopo. L’eredità di Hendrick vive ancora oggi, come dimostrato da Denny Hamlin, che ha utilizzato quella storica livrea come omaggio in occasione della gara “throwback” al Darlington Raceway, portando i colori della Flying 11 alla vittoria nella Southern 500 del 2017.